Dopo un viaggio di numerose ore, sbattendo con le mille valigie qua e là, arriviamo a Bilbao. Ci si presenta uno scenario di palme e vento caldo. La città è abbracciata dai monti in una valle. È stata una decisione non troppo ragionata, quella di partire e studiare fuori, le paure e i dubbi erano tanti, ma sono scomparsi una volta messo piede nella terra basca.

  • Chiara: Bilbao è una signora coi tacchi, profumata come l’acqua del suo ria. È una città di ponti…
  • Francesca: …e monti.

foto di Chiara Talacci


foto di Francesca Manuguerra

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foto di Chiara Talacci

  • C.: Gli spazi sono dilatati e mancano le persone a riempirli; vuole essere una metropoli, ma forse è ancora una bambina. Nuova, lucida, specchiata. Pulita e coccolata a tutte le ore del giorno e della notte, anche se qui da quanto abbiamo capito non fa altro che piovere.
  • F.: Ci ha accolto con un clima inaspettato: sole, che si rifletteva in tutti i materiali ferrei delle costruzioni, dei palazzi, dei ponti, e nell’acqua… la stessa che ora scivola su di essi, rendendoli luminosi. Spaesate come il clima, i primi giorni sono stati un disastro.
  • C.: Bilbao non insegna la strada di casa, piuttosto la devi trovare. La nostra pensione pendeva a sinistra, odorava di frittura, non possedeva una grande vista, nemmeno un letto comodo. Dalla finestra emergevano già le ambivalenze.

foto di Francesca Manuguerra

foto di Chiara Talacci

foto di Francesca Manuguerra

  • F.:  I palazzi sono un Tetris urbano di mattoni. Le facciate splendono, gli interni rivelano una vita quasi umana di imperfezione. Mi chiedevo se fossi davvero nel posto giusto al momento giusto e il motivo per cui avevo lasciato quelle rassicuranti quattro mura per una sensazione di tale disagio. Ora dopo due settimane di permanenza, le mie quattro mura si sono trasportate qua.
  • C.:  Abbiamo iniziato a vivere nel tempo e nello spazio basco, anche se ci siamo addentrate solo nei meandri della città. Sì perché parliamo del tempo, la Spagna non ha orari. Ci si sognano i pranzi reali in compagnia, qui sono di moda le spaghettate notturne con i vicini di casa. Nei bar si sta in piedi, sorseggiando instancabilmente eccellente birra economica.
  • F.: Le persone le devi aprire come pacchi regalo. Tengono il loro nastro molto stretto, ma una volta aperte sono amabili…
  • C.: …amabili ventriloqui che bramano dalla voglia di destreggiarsi in uno scadente italiano.
  • F.: Mai scadente quanto il nostro spagnolo, però.
  • C.: Si perché se sei italiano qui hai le porte aperte. In sostanza le persone sono come la città. Dietro la corazza di titanio, si nascondono quei mattoncini incastrati dall’ingegnoso architetto uniti da sporchi interstizi, ovattati di musica basca.
  • F.: L’Accademia? Ho l’immagine di noi due, sedute in una delle tante panche di legno sporche di tabacco, scarabocchiate di piccole opere e frasi rivoluzionarie. Uno dei tanti tavoli della serie infinita che costeggia il quadriportico dell’accademia. Arieggia odore di olio e trementina, misto erba. In sottofondo alla matita che scorre nel mio “Sketch Pad”, le cui pagine sono rivoltate da folate di vento caldo, c’è il brusio di parole volanti, in una lingua che non comprendo. Qui c’è l’odore delle idee, che fluiscono nella libertà creativa, di giovani menti in amplissime aule.
  • C.: Tutti i passaggi sono fissati nelle firme graffite sui muri, sui vetri, sui pavimenti e nei bagni dell’accademia. È come se ti invitasse a prenderti il tuo spazio. Pubblico e privato non esistono, tutto è di tutti.
  • F.: Nonostante ciò manca irrimediabilmente ritrovare la famiglia ravennate tutte le mattine alla stessa ora. Manca la giocosità nell’aria che riesce anche ad abbattere i muri di nebbia della darsena.

Nei prossimi giorni proveremo a rincorrere il sole verso il mare, per vedere una fetta di oceano, e ci perderemo nelle titaniche mura del Guggenheim.

Chiara Talacci, Francesca Manuguerra