2011-Veduta-delledificio-realizzato-da-Cino-Zucchi


Ravenna, veduta aerea della darsena | da Google Earth 

C’è un particolare, forse il più bello, della grande pianta di Ravenna del 1903, capolavoro di pazienza e abnegazione (e di follia) di Gaetano Savini, che mostra la veduta della Darsena che lo stesso autore, cinque anni più tardi, nel volume VI delle Piante panoramiche, chiamerà «Vecchia», perché proprio allora in via di ristrutturazione (Savini, più propriamente forse, la definirà «guastata»).

In quel disegno ci accorgiamo quanto il “mare” e la città siano straordinariamente vicini: il braccio di Darsena –la Darsena Baccarini, in onore dell’ingegner Alfredo Baccarini che diresse i lavori dal 1854– corre parallelo, per un lungo tratto, a poche decine di metri, dall’edificio della Stazione (realizzato nel 1863).
Inoltre, l’immagine dei piroscafi, o “vapori” –riprodotti addirittura dal vero: il “Dauno” e il “Ravenna”– e delle imbarcazioni a vela, ormeggiati lungo le banchine, rimane fortemente impressa nella mente, assieme ai trenini “giocattolo” raffigurati sugli otto binari della ferrovia.
La strada che separa la terra e il mare, allora come oggi, è una strettissima striscia larga appena per accogliere i binari del “trenino” merci. Questa seducente vicinanza sarà in realtà il motivo della futura dismissione della testata del Porto a causa della ristrettezza degli spazi delle banchine e della poca profondità del fondale.
Di tutto ciò si era accorto anche Domenico Filippone che invano nel suo Piano di Ricostruzione di Ravenna del 1947 aveva raccomandato di «allargare lo spazio esistente tra ferrovia e porto».


Sopra il “quartiere marittimo” nel piano generale di Filippone, ovvero l’imbocco del canale Candiano a Marina di Ravenna. Sotto il piano regolatore comunale di Ravenna, firmato da Filippone nel ’47.

In breve: il canale Corsini (inizialmente Naviglio, poi, dai più, chiamato “Candiano”, dal nome del vecchio porto di Ravenna, posto più a sud), era stato progettato nel 1737 su iniziativa del Cardinale Alberoni e su disegno di Giuseppe Guizzetti (la famosa pianta del 1747 di Antonio Farini ci rappresenta lo stato di fatto e il progetto di allargamento e “profondimento”); dopo ripetuti litigi tra cardinali –Marini e Aldovrandi– sul percorso del canale stesso, sessant’anni dopo, era stata realizzata anche la prima Darsena (successivamente ampliata nel 1819 e nel 1854).

Questa, la storia più antica.

Tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà dei Novanta del secolo scorso si assiste a un rinnovato interesse per il destino progettuale della Darsena (e anche alla riproposta dell’annoso problema della localizzazione della Stazione ferroviaria).
È un momento decisivo per l’economia e per le sorti dell’Urbanistica, disciplina, va ricordato, nata dal pensiero liberale (e non certo da quello socialista o marxista): Progetto Urbano vs pianificazione; cioè, Privato vs Pubblico, o meglio, Pubblico che si piega alle richieste del Privato.
L’ideologia che passa, attraverso anni di battage anche da parte di certa intelligentija urbanistica, è che il Piano è obsoleto, perché ingombrante, poco elastico e incapace di affrontare il “caso per caso”, e dunque, di stare al passo con i cambiamenti di una società in movida.
Una filosofia dell’Elogio del Presente (e della Metamorfosi continua) che nasconde, in realtà, l’attacco sferrato dal Mercato a una Pianificazione, fino ad allora, strumento di controllo dell’espansione della città (seppur con mille carenze, che la storia dell’Urbanistica, specialmente in Italia, sta lì a dimostrare).

È indicativo che il primo di questi progetti, quello denominato “Portabinaria/Una stazione per la città” (1989), sia un concorso d’idee che nasce da un’iniziativa pubblica: i responsabili sono infatti il Centro di Formazione Professionale “Albe Steiner” (docente coordinatore Massimo Casamenti, assistente Tiziano Fiorini, consulenti del progetto, Massimo Dolcini, Domenico Luciani e Alberto Polacco), il Comune di Ravenna e il Compartimento FS di Bologna.
All’idea aderiscono inoltre alcuni architetti professionisti (Aldo Aymonino e Lorenzo Sarti –che presentano un progetto di stazione-ponte corredato da nove grattacieli cilindrici che torneranno di nuovo nel corso della nostra storia–, Cristiano Bacchi e Associati, lo Studio Othe di Ravenna (Francesco Lemma, Piera Nobili e Silvano Tassinari col loro “cacciariano” progetto intitolato “Molluschi”) e Nullo Pirazzoli (che presenta una tesi di laurea discussa allo I.U.A.V.).


1989 | Aldo Aymonino, Lorenzo Sarti, Progetto porta binaria

Il concorso premierà cinque idee progettuali di studenti di Scuole Superiori. Il testo di presentazione della bella pubblicazione finale si concludeva (profeticamente?) con queste parole: «Da oggi, Portabinaria ha di fronte a sé due possibili destini. Quello, normale, di finire nel cestino o quello, singolare, di aprire nuovi pertugi di operatività nella sfera delle decisioni politiche amministrative e gestionali». Gli organizzatori, da parte loro, restavano «curiosi, in attesa di vedere come andrà a finire».

La loro curiosità non tarderà a essere soddisfatta. Di lì a due mesi, in un convegno dal titolo Ravenna domani, riqualificazione delle aree adiacenti al porto canale, la società Marmarica s.r.l. (C.M.C., Calcestruzzi s.p.a., I.T.E.R. e CE.PRA) presenta un progetto a firma di Mattia Casadio, Giuseppe Grossi e Bruno Minardi che ipotizza il recupero del water front del canale Candiano. Un preannuncio –in verità più convincente (per quanto sulla carta)– del futuro progetto minardiano di Marinara.


1989 | Casadio, Grossi, Minardi, Progetto Marmarica, il ponte apribile e il lungo canale 

Il PRG del 1993 (Ciovanni Crocioni, coordinatore, Luciano Pontuale, Marcello Vittorini, Carlo Monti, progettisti), nel Programma di Riqualificazione Urbana (PRU) della Darsena, non fa che riprendere (a volte quasi in fotocopia), il progetto Marmarica. Ma mentre quest’ultimo faceva del fronte canale la sua cifra progettuale, il progetto del 1993, oltre a uno schematismo planimetrico da reticolato romano (o forse, da manzanas barcellonesi?), volge le spalle a quest’ultimo, individuando due assi principali –le cosiddette Ramblas (è ancora Barcellona l’oggetto della mimesis; un, purtroppo, inarrivabile modello); oggi solo un pezzettino di quella a sud è stata realizzata, viale Giovanni Spadolini (ma che nome è per una Ramblas?; di queste c’è solo una lontana evocazione in una piccola traversa: via della catalana…).


1993 | PRU darsena

Passano sei mesi esatti dall’adozione del PRG che la Camera di Commercio di Ravenna presenta ai ravennati “Due progetti per la Ravenna del 2000”. Due proposte fra loro in opposizione (entrambe a firma di Aldo Aymonimo, Lorenzo Sarti –già partecipanti al progetto “Porta Binaria”– e Claudio Baldisserri): la prima, in aperto contrasto con l’appena approvato PRG, prevede lo spostamento a est della stazione, la creazione al suo posto di un nuovo asse stradale di servizio a una nuova zona residenziale (nonché la realizzazione di un grattacielo ricurvo sull’acqua (erede solitario di quelli di “Portabinaria” e di cui risentiremo parlare a breve); la seconda, più in linea con il PRG, prevede una stazione ferroviaria “ponte” (una rielaborazione, anch’essa, della proposta per “Portabinaria”) con, oltre al sempre presente grattacielo ricurvo, un esteso edificio adiacente la stazione e fronteggiante lo specchio d’acqua della Darsena.
Per parlar chiaro delle intenzioni della Camera di Commercio, quest’ultima, per voce del suo Presidente, sposa apertamente la prima soluzione. La dichiarazione di guerra tra Privato e Pubblico, è così proclamata.


2000 | A sinistra Progetto Ravenna 2000, soluzione A; a destra la soluzione B: stazione e ponte

Tornando al Pubblico, l’ambizioso programma di attuazione delle proposte previste nel PRU 93 si rivela un mezzo fallimento. La realizzazione di due dei tre comparti 10 è, come scrive Fabio Poggioli nel suo recente libro, “convenzionale” e “banale”, «assolutamente al di sotto delle aspettative». 1
L’ambiziosa rambla, come già anticipato, si arresta di fronte a proprietari che rifiutano l’abbattimento della loro abitazione (ora è un tranquillo “mozzicone” di viale alberato (un’ambulatio interrupta) – più arbusti, in realtà, che alberi; come mai quelli delle palazzine private sono così rigogliosi e quelli pubblici così stentati?)–; un po’ come, si parva licet componere magnis, l’Unité d’habitation di Marsiglia).
Il giudizio di Poggioli sulle politiche urbanistiche del penultimo decennio del secolo scorso non lascia scappatoie: «Negli anni ’90, su un tema nuovo come la Darsena, è mancata la capacità tecnica di aggiornare la strumentazione al mutare delle situazioni, come invece era accaduto in passato. Il compito di governare un processo lungo e complesso quale quello della riconversione della darsena di città viene affidato a un articolatissimo sistema di regole formali piuttosto che alla definizione precisa di obiettivi». 2

La creazione di un’Agenzia, nel 2001, che riunisce gli organismi Pubblici –Comune, Autorità Portuale, Provincia e Camera di Commercio– tenta di dare organicità e rilanciare l’azione sul comparto Darsena. A questa si contrappone subito –nella solita aperta contrapposizione– il Manifesto per la nuova Darsena presentato dalle Associazioni di categoria della provincia di Ravenna (Confcommercio esclusa) sotto la guida dell’Associazione Industriali (la stessa che poco meno di un anno prima aveva richiesto un parere sul recupero della Darsena all’architetto spagnolo Juli Esteban I Noguera, responsabile del Piano generale metropolitano di Barcellona, il modello inarrivabile.
Tanto inarrivabile che, come nota non senza ironia Poggioli, 3 il capoluogo catalano è stato scalzato nell’immaginario degli industriali da una città assai più à la page: Bilbao (e delle opinioni di Noguera non v’è più traccia. Sic transit gloria mundi).
Ma anche lo studio che ne segue –il “Piano di marketing territoriale per la nuova Darsena di città a Ravenna”– produce un nulla di fatto. In ogni caso, nel 2004, si costituisce il “Consorzio nuova darsena” che raccoglie solo tredici dei quaranta proprietari privati, ma detentori del cinquanta per cento della superficie prevista nel PRU.

Un momento importante per il Pubblico è stato l’affidamento, alla fine del 2003, allo Studio Boeri, della stesura del Masterplan della Darsena. L’idea forte è di far tornare il “mare” protagonista della città (lo slogan, infatti, di un’iniziativa pubblica ad esso collegata, è stata “Il mare dentro”). Si è cercato di coinvolgere l’Università, le Associazioni e l’intera comunità in un workshop concluso con due giornate di relazioni nell’ex Artificerie Almagià.
L’idea progettuale che ne è scaturita è stata quella di una sorte di “città lineare” formata, sulla riva sud, rispettivamente, dalla città compatta, da un grande parco e dal water front; sulla riva nord, invece, un sistema “a pettine” alterna zone costruite a zone a verde. Il verde sembra essere la cifra del progetto, assieme al ritorno dell’idea dei grattacieli (di cui due cilindrici, in ricordo, forse, di quelli aymoniniani).


2005 | Studio Boeri, Render Master Plan e vista della zona per la fiera cantieristica 

Ma, apparentemente in controtendenza, all’interno del grande parco urbano (una sorta di Central Park nostrano), è stata avviata la realizzazione di un grande edificio a firma di Cino Zucchi, realizzato da I.T.E.R. Un’analoga, se non più alta torre, era prevista al di là del Canale, a firma questa volta di Boris Podrecca (l’autore della sistemazione del parco di Teodorico). L’idea, accantonata a causa di avvicendamenti proprietari, è stata rilanciata, nella primavera scorsa, a firma dell’arch. Daniele Vistoli e dallo studio Pregher) nell’area dell’ex Consorzio Agrario. 4


2011 | Veduta dell’edificio realizzato da Cino Zucchi

Al Masterplan dello Studio Boeri ha fatto seguito –c’era da dubitarne? (Poggioli la considera una sorta di “sindrome” ravennate) 5– la costituzione da parte dell’imprenditoria ravennate di una nuova società, la “Dibolina s.p.a.”, con lo scopo di candidarsi a guida dell’intera operazione di rinnovamento della Darsena (e con il probabile scopo di «screditare l’operato dell’Amministrazione», 6 come sottolinea Poggioli). Ma l’inconsistenza della società (Dibolina / debolina) si è evinta da una delle prime dichiarazioni del nuovo Presidente, che l’ha dichiarata “esterna all’Associazione”.

Sono degli ultimi mesi la presentazione di due autonomi progetti “in fotocopia”: uno, già ricordato, sull’area ex Consorzio Agrario; l’altro presentato dalla C.M.C. (stranamente assente al dibattito, fino a questa uscita pubblica) sulla propria area. Le proposte hanno visto una qualche forma di reazione da parte della società civile (intellettuali, architetti, abitanti “pensanti”), che resteranno, come evidente, voce clamantes in desertum.
Ma la storia di questi vent’anni di progetti può forse essere così riassunta: tante ipotesi, nessuna che sia stata realizzata, che fosse o meno all’altezza di una città che vuole candidarsi a Capitale Europea della Cultura nel 2019: “parole nel vuoto” e architetture rimaste per sempre sulla carta. Nel frattempo, quanto realizzato –a parte forse l’edilizia di viale Spadolini (e non tutta), l’edificio dell’Autorità Portuale e, forse, il grattacielo di Zucchi (una vera e propria cattedrale nel deserto, circondata da fumi e polveri; a proposito: il famoso motivo a “mosaico”, secondo me, ha tratto ispirazione dal casuale rivestimento a pannelli quadrati chiari e scuri dell’ex Montecatini di là dal canale: se si guarda, infatti, dal “buco” dell’edificio di Zucchi si vede proprio la parete “maculata” del magazzino)– è ben poca cosa.

Inoltre si continua a non parlare (a dire il vero, anche il bel libro di Poggioli) dell’archeologia industriale della Darsena che va allegramente in rovina, o viene abbattuta nell’assoluta indifferenza –a parte gli scomodi “grillini parlanti” 7 che hanno preso a cuore il destino dell’ex S.I.R..
Dei due “camini sonori” dell’ex SAROM quasi nessuno parla più. È la tattica, in cui evidentemente noi ravennati eccelliamo, del lasciar dire; e siccome non si può sempre polemizzare, alla fine subentra la rassegnazione e il coltivare il proprio orticello. Ma ogni silenzio porta con sé la perdita di brani di memoria della città che sono irriproducibili (com’è accaduto all’ex Fornace Hoffmann, di cui un simulacro à l’identique –La Fornace– pretenderebbe di risarcirne la scomparsa).

Senza essere dei vetero-conservatori, si chiede soltanto che una città “senz’anima” –e, purtroppo, nemmeno “bella”– prenda il posto di quella che un Michelangelo Antonioni aveva reso protagonista di un film, Deserto rosso, (vedi L’altra Ravenna di Antonioni) che Ravenna tende troppo spesso a far finta che non sia mai stato girato; a parte alcuni giovani, bravi fotografi che, testardamente, mentore il maestro Guido Guidi, cercano di salvarne una qualche immagine.

Post scriptum

Sono dello scorso autunno («Ravenna & Dintorni», n° 456, 22 settembre 2011) le dichiarazioni di alcuni dei proprietari delle aree più strategiche della Darsena, che, delusi dal Comune, strappano le lettere di convocazione agl’incontri e preferiscono far «marcire» i loro terrains vagues piuttosto che pensare di costruirci sopra qualcosa. Un rompete le righe e una fuga dalla Darsena sembrano abbastanza evidenti, resi ancor più cogenti dall’attuale, serissima, crisi economica che rischia di vanificare qualsiasi proposito di investimento nella zona.

Che dire? E soprattutto che fare? Lancio lì, per quello che può servire, una “modesta proposta” (se Jonathan Swift avesse avuto le royalties sul titolo del suo fortunato pamphlet, gli eredi ora sarebbero miliardari). Perché non cominciare a gettare, all’interno dell’enorme superficie della Darsena –una sorta di “doppio” del centro antico di Ravenna–, qualche seme che possa far germogliare attorno delle piante future?
Cominciando, appunto, dalla Dogana (in verità un edificio assai poco rilevante dal punto di vista architettonico) e dalla prevista sistemazione delle banchine fino al ponte mobile; per passare, chissà, all’ex Tiro a segno, adibendolo a spazio teatrale (e cinema all’aperto…) dopo i riusciti “sondaggi” fatti da Ravenna Festival. Per poi provare con qualche apertura di piccoli locali (perché non pensare, come mi ha suggerito l’amico Silvano Tassinari, a qualcosa di simile all’ex Baretto di Marina di Ravenna, la cui tabula rasa grida ancora vendetta?).
Sono idee in libertà che probabilmente cadranno nel nulla (delle acque pestilenziali del Candiano), ma pur sempre idee, seppur modeste. Senza una qualche idea (esiste anche un’Associazione a Ravenna che inserito la parola nel suo nome) non c’è progetto, utopico o realistico che si voglia. Facciamo emergere, in questi mala tempora, le “città invisibili” 8 che si nascondono certamente tra i muri di mattoni e le fabbriche dismesse della Darsena.

Darsinia l’avrebbe forse chiamata Italo Calvino; 9 la cinquantaseiesima “città invisibile”:

A Darsinia si giunge dopo aver attraversato interminabili distese di campagne. E quando credi che tutto ciò sia terminato, è l’odore della terra che ti rimane ancora nelle narici fin quasi al bordo dell’acqua.


Note
  1. Ibid., p. 37.
  2. Ibid., p. 63.
  3. Ibid., p. 41.
  4. Cfr. «Il Resto del Carlino», 18 marzo 2010, p. 2.
  5. Cfr. ibid., pp. 24 e 61.
  6. F. Poggioli, Il mare dentro…, cit., p. 62.
  7. Nessun’ironia in questo gioco di parole, anzi una nota di grande apprezzamento, in particolare all’azione inesauribile di Francesca Santarella.
  8. Città invisibili è il titolo di un progetto che il regista Pino Di Buduo del Teatro Potlach, da vent’anni, porta in giro per il mondo. Perché non invitarlo anche a Ravenna?
  9. E Ravenna, senz’altro, Placidia.