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Intervento alla tavola rotonda della giornata di studi Architettura e Mosaico, Ravenna, Museo d’Arte della città, 9 ottobre 2010, a cura di Linda Kniffitz.

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C’è un fulminante aforisma di Marcel Schwob –tratto da Vies imaginaires del 1896– usato come exergo da Edgardo Franzosini in un meraviglioso libro su Picassiette, dal titolo Raymond Isidore e la sua cattedrale, che in italiano recita: “poiché ogni costruzione è fatta di frantumi”.
Ogni architettura è dunque composta di parti diverse tra loro, che il progetto deve tenere insieme, in qualche modo. C’è un’altra affermazione di Alberto Melano, mosaicista santalbertese, che va ancora in questa direzione: “
tutto ciò che è frammento è mosaico”.

Queste due citazioni ci possono aiutare a risolvere il problema del rapporto tra architettura e mosaico oggi. Se l’architettura è frammento, come sostiene Schwob, è in un certo senso anche un “mosaico”.
Merita mostrare l’immagine d’un’opera presentata alla mostra di plastici di Frank O. Gehry alla triennale di Milano. Si tratta di una reinterpretazione in “zucchero” –alla stregua del dolce a forma di Tempio malatestiano confezionato per le nozze di Roberto Malatesta del 1475–, a firma dell’artista Marco Chiurato, del Neuer Zollhof Office Buildings di Düsseldorf, in cui le “finestre” sono delle vere e proprie tessere di mosaico. Non so se Gehry abbia gradito questa versione dolciario-mosaicale della sua architettura.

Marco Chiurato, reinterpretazione in zucchero del Neuer Zollhof Office Buildings

In ogni caso, più che pensare a un mosaico “applicato” successivamente a un’architettura, o persino a un mosaico pensato insieme all’architetto, credo che forse alcuni recenti progetti indichino una possibile strada per dare una risposta a questo rapporto: nell’ottica cioè di un uso “metaforico” del mosaico, più che d’un utilizzo del mosaico tradizionale.
Mi riferisco in particolare ad alcuni edifici di Jean Nouvel –come la torre AGBAR a Barcellona, il Musée Quai Branly a Parigi o l’edificio di appartamenti sull’11a strada a New York –quest’ultimo nient’altro che un enorme curtain-wall di finestre incastrate a mo’ di tessere di mosaico.
O a studi olandesi d’architettura, come Neutelings Riedijk Architects o MVRDV –mi riferisco al Netherlands Institute For Sound And Vision a Hilversum o al complesso di appartamenti WoZoCo ad Amsterdam, veri e propri mosaici di tessere luminose colorate e a rilievo.

Jean Nouvel, Torre AGBAR, Barcellona

Jean Nouvel, Musée Quai Branly

Jean Nouvel, Edificio di appartamenti, 11a strada, New York (a fianco l’edificio di Frank O. Gehry)

Neutelings e Riedijk, Netherlands Institute for Sound and Vision - Hilversum

MVRDV, Appartamenti WoZoCo

È l’architettura stessa che “si fa” mosaico. Non più, dunque, l’applique sulla pelle dell’architettura di tessere artigianali o industriali che siano. Il futuro, secondo me, vedrà intere pareti architettoniche composte di “lastre-tessere” di rivestimento, coloratissime e luminose nella notte (inverando il sogno di Paul Scheerbart, espresso nel 1913 nella sua Glasarchitektur; vedi il Pavimento di Cipreste).
Questa è la via a cui l’architettura deve guardare, per pensare in grande la questione del suo rapporto col mosaico. È in questo convergere nella direzione della “metafora del mosaico”, che mosaico e architettura possono convivere con pari dignità, senza che il primo diventi un semplice abbellimento della seconda.

Evitando così il pericolo del primato dell’architetto invocato da Marcello Piacentini, cui rispondeva Raffaello Giolli in un articolo su «Casabella-Costruzioni» (n° 179, novembre 1942), in cui si rivendicava invece la libertà dell’artista (e dunque anche del mosaicista).
Questo perdurante desiderio di sottomettere il mosaico all’architettura ha portato inoltre all’invito di Henri Lavagne a liberarsi, dopo la dipendenza dalla pittura (il mosaico come “pittura per la eternità”), anche da quella con l’architettura –e invocando, addirittura, la conquista del design da parte del mosaico.

Ma non è sempre solo l’architettura a rischiare di metter in secondo piano quest’ultimo. Un caso inverso è proprio quello di Picassiette, del mosaicista “folle” che pensa il mosaico sia l’opus magnus, la paligenesi alchemica del rottame (arrivando a desiderare di rivestire di frammenti ogni cosa, anche la moglie). Queste due vie sono francamente non più percorribili.
Una terza via era stata indicata da Paolo Portoghesi nel convegno ravennate del 1959, quando sosteneva la necessità di unire tecnica ed estetica. Ancora in quest’ottica “paritaria” (e della metafora del mosaico) si è collocato Alessandro Mendini negli anni Ottanta, proponendo un possibile rapporto tra architettura e mosaico fondato sull’idea di “pixel”.
Mendini allora parlava del puntinismo riferendolo alla televisione; non eravamo ancora entrati, come oggi, nell’era del picture element, il trionfante “quadratino elettronico” (e il mosaico industriale, mi pare, risponde perfettamente a questa similitudine).

La scommessa dell’architettura consiste per me, dunque, nel farsi essa stessa “mosaico”, utilizzando materiali nuovi che rimandino, se pur non nelle dimensioni –che dovranno essere maggiori– alle tesseræ classiche; e ricordando sempre l’aforisma di Schwob, che ogni composizione è fatta di parti e che ogni concinnitas deve fare i conti con disiectæ membra.
Anche l’architettura non può sottrarsi alla filosofia della nostra epoca: essere un’immensa Biblioteca di Babele, fatta di bilioni di tessere tra loro separate, che ogni volta dobbiamo cercare di ri-comporre per dare un senso al mondo. Il nostro stesso modo di pensare e di scrivere avviene ormai per frammenti, taglia-incolla, ragionamenti “discreti”, ipertesti. Dunque, non è nient’altro che un pensiero “a mosaico”.