2007, gennaio | zona della darsena di Ravenna

Non vorrei una Darsena in cui una piccola casa gialla alla Adolf Loos o una candida residenza introflessa e seminascosta da condomini dovessero spiccare per la loro unicità e bellezza.

Non vorrei una Darsena in cui un’ex officina ristrutturata da un artista come sua dimora e studio, con una rossa cassetta postale “U.S. Mail”, dovesse rimanere l’unico esempio di buon riuso di edifici artigianali.

Non vorrei una Darsena in cui “simulacri” di edifici industriali prendessero il posto di quelli lasciati andare in rovina (come accaduto all’ex fornace Hoffmann).

Non vorrei una Darsena in cui si progettassero edifici anche belli come quello dell’Autorità Portuale sbagliando, nel concorso, le misure della distanza dell’ingresso rispetto alla strada.

Non vorrei una Darsena in cui si ristrutturassero male (com’è accaduto finora) gli edifici del patrimonio industriale (dall’ex Almagià all’ex Mulino).

Non vorrei una Darsena dormitorio priva di luoghi di ritrovo e di incontro (per tutti e non solo per i giovani), di pub, locali in cui ascoltare musica jazz, piccoli discobar dove si possa ballare (e non sballare), sul modello dei docs di Lisbona (ma pare che la “coazione” a costruire residenze e centri commerciali sia l’unica strategia: vedi quanto previsto nell’enorme comparto ex Consorzio Agrario in sinistra canale).

Non vorrei una Darsena in cui il verde fosse solo quello dei semafori.

Non vorrei una Darsena in cui si nascondessero dietro facciate postmoderne i problemi e i conflitti della modernità; preferirei di gran lunga che si vedessero e che emergessero alla luce del sole.

Non vorrei una Darsena in cui siano necessari i graffiti per rendere accettabile l’architettura.

Non vorrei una Darsena dove un Antonioni ritornato dall’aldilà non sapesse più cosa filmare.

Non vorrei una Darsena in cui si vendessero le case senza mettere in conto le spese mediche per le malattie da polveri e fumi dei loro abitanti.

Non vorrei una Darsena priva di centri culturali, perché, senza cultura, non solo non si diventa capitali europee, ma nemmeno si rimane Capoluoghi di provincia.

Non vorrei una Darsena priva di qualche succursale universitaria o, meglio ancora, della nuova sede di una rinata Accademia di Belle Arti (espulsa via via dal centro alla periferia, ma finalmente orgogliosa di una sede nella Darsena).

Non vorrei una Darsena in cui non potessi sperare un giorno di rivedere delle barche a vela, se non proprio delle navi (come accadeva non troppi anni fa), arrivare dal mare e ormeggiare quasi nel centro della città.

Non vorrei una Darsena in cui mi togliessero la visuale dell’acqua, anche se inquinata, del canale –a meno che non mi costruissero davanti un Guggenheim di Bilbao– (ma abbiamo visto che, probabilmente, non ci sarà mai questo “pericolo”), visto che l’acqua e il tramonto sui campanili di Ravenna sono le due cose che mi hanno fatto comprare, dieci anni fa, il mio piccolo appartamento alla Darsena.


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