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Oggi Vettor Pisani ha deciso di concludere il suo tragitto temporale.
Desidero ricordarlo ripubblicando un articolino che scrissi molti anni fa sul suo lavoro. Probabilmente non lo spiega, ma lo indica e lo evoca. 

Tra le tante esposizioni che punteggiano l’attività di Vettor Pisani figurano cinque Biennali e due Documenta di Kassel, ma idealmente ha sempre esposto, in un unico luogo, un unico luogo. È dagli anni ’70 che lo indica con estrema chiarezza: si tratta del palcoscenico del Teatro Rosa Croce, sebbene il suo giocoso vocabolario lo registri di volta in volta, per svelarne un aspetto, come R.C. Theatrum, Teatro sospeso, della Vergine, di Cristallo, Cosmico e Cosmologico, dei muratori.

Inutile cercare questo teatro sulle pagine gialle: è un edificio mentale, anche se la sua prima apparizione assomigliava straordinariamente al Globe Theatre shakespiriano. È un teatro di memoria. Anzi, come scrive Vettor Pisani, è il “Teatro della memoria”. Suo impagabile artefice l’ermetista inglese Robert Fludd, autore nel secondo decennio del Seicento di numerosi trattati dedicati ai “Fratelli della Croce Rosa” e nei quali si presenta come adepto dell’invisibile quanto famosa confraternita. Nella sua Storia dei due mondi (Utriusque cosmi.. historia), Fludd allestisce un Theatrum orbi –un teatro per il mondo– la cui funzione è d’accogliere e organizzare in sistema mnemonico d’immagini il mondo intero nella sua totalità.

In realtà le incisioni che accompagnano il testo chiariscono che si tratta solo del palcoscenico la cui copertura, però, reca un anello di cerchi concentrici contrassegnati dalle dodici figure dello zodiaco. Accanto a ciascuna di esse due teatri, uno orientale e bianco,  l’altro occidentale e nero. Dunque un teatro che ne contiene altri ventiquattro, come le scatole cinesi, e che suggerisce per analogia come mai il teatro di Vettor Pisani muti continuamente d’aspetto e di nome.

Molteplici infatti le vesti dei suoi teatri e teatrini: acrostici, cioè in forma di ‘T’, o di pianta crociata, costituiti da due ‘T’ giunte –e dunque doppi come quelli di Fludd; sospesi a una piccola gru, ironia tecnologica sulla fenice, proiettati tra le galassie o in fondo al mare, in compagnia delle due mitiche colonne del tempio salomonico o di vergini in déshabillé. Ma sempre rigorosamente celesti: come i teatri di Fludd, che scortano ogni segno zodiacale, sono posti “nei cieli”; sono, nel lessico dell’artista, “sospesi”, “cosmici e cosmologici”, di “cristallo”, ovvero eterei.

Il plurale, però, è fuorviante. Non v’è che un teatro, ed estendendosi da oriente a occidente, da nord a sud, dallo zenit al nadir, coincide con i confini dell’universo, ed è l’universo. Questo è l’unico luogo che l’opera di Vettor Pisani esplora e manifesta, il Theatrum orbis, con la stessa, significativa variante di Fludd: Vettor Pisani inscena un Theatrum orbi, un teatro per il mondo, e non del mondo. Un teatro mondano, dove le vergini indossano le ambigue e provocanti mises delle conigliette o dischiudono impudicamente i loro più reconditi scrigni. E lo spettatore si trova talvolta costretto nel ruolo di voyeur a guardarle da un buco. D’altronde, spiega Fludd, il teatro è “quel luogo nel quale vengono mostrate tutte le azioni..”.

La funzione del teatro della memoria è di ricoverare in forma sintetica i molteplici aspetti dell’universo, fornendone così la chiave d’interpretazione. Immagini mitiche e leggendarie, assunte a emblema d’un aspetto dell’esistenza,  vengono disposte nel teatro di Fludd in modo che il dipanarsi della vicenda corrisponda agli influssi astrali dello zodiaco: Apollo sotto il governo del sole avrà “dignità d’imperatore”, nella Vergine amministrerà la giustizia e così via.

Analogamente Vettor Pisani, nell’esporre le sue opere, trasforma musei e gallerie in ambienti del Theatrum orbi dove si concreta per una stagione, per sempre, l’eterna vicenda del mondo. Con una sostanziale differenza. La trama del mito, oggi inevitabilmente lisa, lascia trasparire le fattezze della quotidianità. La memoria, d’altronde, tramite la fantasia, non si limita a custodire il mondo, ma aspira a reinventarlo, a ricostruirlo e connotarlo di nuovi sensi.

Sullo scenario del suo teatro Rosa Croce Iside e Osiride abbandonano le rive del Nilo per quelle dell’Alster, Alessandria d’Egitto per Amburgo. Nella città babelica a luci rosse si celano sotto nuovi nomi e si danno al cabaret, componendo “un’Operetta da camera edipica e incestuosa”. Il sogno di Germano e Virginia, di trasformare Amburgo nella nuova Gerusalemme celeste, li conduce sulle azzurre sponde del Mediterraneo, sino a Capri, sotto la volta della grotta Azzurra. Invano. La Gestapo arresta i due fratelli, d’origine ebraica, e stroncherà il loro sogno in un lager. Il segreto dell’Universo, l’unico che può consentire di salvarlo, giace ancora nell’Isola Azzurra, un’altra delle vesti del Teatro della memoria, della Città del Sole, della Nuova Atlantide.

Vicenda tragicomica? Non c’è da stupirsene. Vettor Pisani, ci si consenta il calembour, è un “fluddista” ludico, smonta e rimonta.  Dilettandosi e dilettandoci di memoria artificiale, ci ricorda che l’arte è artificio, artificio mondano, gioco. Come i manifesti Rosa Croce pubblicati a Kassel, che agli occhi di molti, e di Campanella tra i primi, apparvero un ludibrium,  cioè uno scherno, una beffa. Eppure il Teatro sospeso di Vettor Pisani, a esemplare le parole d’un rosicruciano, continua a solleticare il nostro immaginario e il nostro desiderio di conoscenza: “Un candidato tirato fuori dal pozzo dell’Errore per mezzo di un arganello, la cui puleggia è fissata al muro del castello (dei Rosa Croce), potrà, oltre le molteplici distinzioni delle cose, accedere alla casa dei Fratelli”.

Maurizio Nicosia

Vettor Pisani, Memorie, anni '70 @Cardelli e Fontana