Luciana Notturni ha scovato nei suoi forzieri un articolo di circa sessant’anni fa, pubblicato da Epoca nei primi mesi del 1951 o del 1952. A firmarlo è una giovane ventiduenne, mandata dallo zio, direttore della prestigiosa rivista impaginata da Bruno Munari, a cimentarsi  con i primi reportage: Oriana Fallaci. Con sguardo curioso entra nella scuola di mosaico dell’accademia di belle arti di Ravenna, e incontra un professore “giovane, dallo sguardo acutissimo, con le tasche della giacca sempre piene di smalti azzurri e dorati“.
È Renato Signorini, allora quarantatreenne, che la guida nel tempio silenzioso del mosaico. Ne scaturisce un duetto: la giovane Fallaci tratteggia con tocco impressionista persone opere e atmosfera, e prende appunti da Signorini, che oltre ai rudimenti del mosaico si lascia scappare qualche perla di saggezza come il “seme della pazienza”, che conquista la giovane giornalista e si guadagna il titolo del pezzo.
Ripubblicarlo a sessant’anni di distanza diviene momento retrospettivo della vita dell’accademia e soprattutto omaggio nei confronti dei mosaicisti che la Fallaci cita, Signorini in primo luogo, che ha coltivato quel seme sino a farlo divenire un albero rigoglioso.
E come non pensarlo quando, già ultraottantenne, ancora pedalava placido per le vie del centro ravennate sotto la neve che fioccava fitta. Ombrello in una mano, con l’altra teneva il manubrio della bici che solcava lenta il manto bianco innevato. Gli occhi s’erano fatti più dolci, con l’età, ma sempre luminosi. E sempre colmi di pazienza.

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3000 Sfumature e il Seme della Pazienza

 

Gli studenti della Scuola del mosaico bizantino a Ravenna non possono permettersi di sbagliare.
Quando lavorano sembrano fuori del tempo.

 

1951 | Studente del corso di mosaico dell'accademia di Ravenna

Lavoro preparatorio: un allievo sceglie tra le piastre le gradazioni di colore adatte al mosaico da comporre

Ravenna, gennaio

L’uomo che stiamo osservando, chino sulla lastra di intonaco grigio, è un mosaicista: uno dei pochi mosaicisti ancora esistenti in Europa. Ha mani svelte e sottili e il volto chiuso e assorto come se guardasse molto lontano, o indietro nel tempo. La lastra grigia, di paglia e cemento, è legata a un cavalletto. È nuda e spoglia fuorché nel mezzo, dove batte l’ombra dell’uomo, e il mosaico va distendendosi. In quel punto c’è uno strappo azzurro di cielo e un’aureola dorata. Sotto l’aureola incomincia la testa di un santo. Ecco le bande di capelli scuri, gli occhi fondi, il naso aquilino, la bocca sottile sopra la barba fluente: migliaia di quadratini di smalto che da lontano sembrano solo colore. Ora il mosaicista sta completando il volto. Getta sopra la lastra un un cucchiaio di pasta pesante, (calce, cemento e polvere di mattone) e poi, con poche pennellate precise, pittura i tratti che ancora mancavano: le guance, gli zigomi, il mento.

A questo punto deve applicare gli smalti, di forma quadrata e irregolare, grandi all’incirca come l’unghia di un bimbo, e brillanti come pietre preziose. Il mosaicista li chiama «tessere» e li toglie, volta per volta, dalla bacinella che regge nella mano sinistra. Egli afferra lo smalto col pollice e l’indice, lo esamina un poco alla luce del sole e rimane un attimo fermo: poi avvicina la destra all’intonaco e, con scatto deciso del pollice, lascia cadere la tessera sopra il disegno e la pressa leggermente col mignolo. Le tessere si accostano a intervalli lunghi e regolari e il lavoro procede con estrema lentezza. È come se il volto del santo si completasse attraverso pennellate lentissime, e il tempo non dovesse contare.

1951 | Studente del corso di mosaico dell'accademia di Ravenna

Un occhio al modello, l’altro al telaio: un mosaico è simile al ricamo

Quante settimane, quanti mesi ancora ci vogliono prima che l’intera figura del santo si stacchi sul fondo del cielo? Il mosaicista non lo sa, comunque non se ne preoccupa. Sembra che il tempo non debba contare per lui, che lui stesso sia fuori delle ore che corrono, e si accinga a vuotare un lago servendosi solo di un secchio, sicuro di arrivare a prosciugarlo. L’unica cosa importante è scegliere bene i colori e posare le tessere non in linee rette e geometriche ma sinuose, in modo da seguire la plastica del volto: un movimento concavo sotto le occhiaie, convesso all’altezza degli zigomi. E poi affondare la tessera con la giusta inclinazione: verso il sole se il colore deve essere brillante, verso l’ombra se il colore deve essere scuro, perché la luce si rifletta sul mosaico in  mille scintillii. Teso nello sforzo creativo e nell’attenzione, il mosaicista non si accorge di nessuno, non sente nemmeno il rumore dei passi che si fermano alle sue spalle, e la voce estranea che parla. Al severo controllo di se stesso, unisce l’impeto lirico di un pittore.

1951 | Studentessa del corso di mosaico dell'accademia di Ravenna

Le piastrelle di smalto vengono sminuzzate in tante piccole “tessere”

Siamo all’Accademia delle Belle Arti di Ravenna, nella scuola di mosaico bizantino. L’aula è luminosa e confusa come uno studio e a ogni parete sono attaccati mosaici. Negli angoli o sul pavimento sono appoggiate piastre rotonde di smalto dai meravigliosi colori e altre, spezzate a quarti o a metà, sono sparse su un banco di legno e sugli sgabelli. Il sole, filtrando attraverso la polvere della vetrata, fa luccicare quelle macchie di rosso, di verde, di giallo, di azzurro, come i colori di una immensa tavolozza. Intorno all’aula ci sono sette cavalletti con un mosaico in scorniciato e davanti a ogni cavalletto c’è un ragazzo o una ragazza. Sono gli studenti della scuola di mosaico, i soli che potete incontrare in Europa, e tutti hanno un’aria chiusa e assorta, e mani nervose e sottili. Lavorano in piedi e in assoluto silenzio. Quando uno si interrompe, si china a raccogliere un pezzo di smalto e lo frantuma con una minuscola incudine, adoprando un martelletto. Poi torna davanti al mosaico e, cercando di imitare i gesti dell’uomo che lavora alla testa del santo, riprende ad attaccare le tessere. Un quadratino verde, uno rosa, un altro rosa, un quadratino d’oro ed ecco lentamente sbocciare un prato cosparso di fiori con un uccello bianco nel mezzo, o un arabesco giallo e nero che è un simbolo, o allungarsi il volto dell’imperatrice Teodora, identico a quello che è nella chiesa di San Vitale. Si può dire che quando uno studente ha imparato a copiare perfettamente il volto di Teodora, usando il medesimo numero di tessere e la medesima inclinazione, ha imparato a fare il mosaicista. Per fare la copia lo studente ha davanti a sé la fotografia del mosaico e usa un foglio di carta trasparente su cui è disegnato a inchiostro il reticolato del mosaico. La carta, appoggiata all’intonaco fresco, lascia una traccia da seguire.

«Ci sono due tecniche nel mosaico» disse il professore. «Quella veneziana, o romana, ha un procedimento assai più spedito e meccanico. Le tessere, tutte uguali e ben levigate, vengono incollate direttamente sul disegno e il mosaico così ottenuto viene spianato, ribaltato e applicato all’intonaco come un quadro. Il mosaicista non deve preoccuparsi per l’inclinazione di ogni tessera e solo la scelta nel colore è più complicata. Infatti noi bizantini usiamo appena tremila sfumature mentre gli altri arrivano a ventottomila. Il mosaico ottenuto col metodo del ribaltamento risulta liscio e levigato come uno specchio e si potrebbe scambiare per un dipinto a olio o un affresco. La tecnica che noi usiamo, ad “applicazione diretta”, è invece assai più difficile. Oltretutto il mosaico bizantino non consente esperimento, il mosaicista non può permettersi di sbagliare. In genere si accorge di un errore quando ormai è troppo tardi e il quadratino di smalto è circondato da centinaia di altri quadratini di smalto e non può toglierlo senza toglierli tutti. Allora bisogna adoprare lo scalpello, col rischio di sciupare ogni cosa. Gli studenti imparano solo al terz’anno a non fare brutte figure» aggiunse il professore staccando in tempo la madreperla rotonda che l’allieva Kerstin Bertoff, la bella svedese che nel volto assomiglia a Ingrid Bergman, aveva piantato a sproposito sulla corona di Teodora.

1951 | Studente del corso di mosaico dell'accademia di Ravenna

Roberto Giannangeli, studente del secondo corso di mosaico nel 1951–52

Il prof. Renato Signorini è l’unico insegnante della scuola. È un uomo giovane dallo sguardo acutissimo, con le tasche della giacca sempre piene di smalti azzurri e dorati. Parlando li tira fuori e senza accorgersene li dispone lentamente sul palmo della mano sinistra creando un occhio, un arabesco o un fiore. Fu uno dei primi allievi del prof. Giuseppe Zampiga che nel 1925 fondò la scuola e quando nel ’34 morì, il prof. Signorini prese il suo posto. «Il seme della pazienza non è ancora entrato nelle loro mani» dice togliendo una tessera bianca dall’indice e il pollice di Roberto Giannangeli, il ragazzo bruno e nervoso che lavora all’uccello del prato (nella foto sopra, n.d.r.). «Sono ancora giovani» mormora guardando i suoi allievi a uno a uno. Aldo Ascione, Giorgio Piani, Carla Melandri, Silvana Zucchini sono usciti da poco dal Liceo artistico e la più vecchia di tutti sembra sia Kerstin, la bella svedese. È venuta da Stoccolma con una borsa di studio. Sono un po’ tutti innamorati di questa gelida bionda dagli occhi azzurrissimi che gira per l’accademia in pantaloni neri, maglia nera, scarpe nere, e tunica rossa a mandolini. Kerstin, se potesse, starebbe davanti al mosaico anche la notte, e i giorni di festa.

Gli studenti stranieri sono stati sempre fra i più diligenti: vengono in Italia per pochi mesi e non intendono sprecare il loro tempo. La prima a venire fu una scultrice nordica, Fruberg Gunnee. Poi fu la volta di Arnold Zweerts, un olandese che ora insegna mosaico all’accademia di Londra, dell’americano William Shaker, del turco Mustafà Necati Kokasu. Mustafà s’era deciso dopo avere scoperto che i mosaici di Costantinopoli in certi punti cadono a pezzi e non c’è in tutta la Turchia una persona che sappia accomodarli. Così venne a Ravenna, a imparare il mestiere. Ora è nuovamente in patria ed è forse il restauratore meglio pagato d’Europa. Il professore dice che, mentre gli stranieri in casa loro avranno immediate possibilità di lavoro, gli italiani non avranno vita facile. I mosaicisti nostri non hanno molto lavoro e guadagnano poco. Per lo più sono dediti al restauro, quasi sempre affidato dalle Soprintendenze ai Monumenti e in questo caso guadagnano quanto un operaio specializzato o un maestro muratore: dalle 1.500 alle 1.700 lire al giorno. Quando hanno qualche ordinazione guadagnano invece dalle 30.000 alle 55.000 lire per metro quadrato. Per fare un metro quadrato di mosaico ci vogliono almeno quindici giorni, beninteso se è bizantino. Da questo guadagno però vanno tolte le spese. Le piastre di smalto costano dalle 500 alle 700 lire al chilo quelle colorate, dalle 1.400 alle 1.700 lire al chilo quelle d’oro. Ogni metro quadrato di mosaico ci vogliono dai quattordici ai quindici chili di tessere, quindi almeno ventimila lire se ne vanno così. Inoltre sono poche le persone a cui salta in testa di ornare la casa col mosaico. Quando un’ordinazione viene, viene per conto di una chiesa o dall’estero.

1951 | Studentessa del corso di mosaico dell'accademia di Ravenna

I famosi mosaici bizantini sono i libri di testo della scuola di Ravenna

I mosaicisti italiani sono due o trecento, forse meno. Generalmente non sono iscritti ai sindacati. Solo quelli di Venezia istituirono prima della guerra un sindacato autonomo. A Roma e a Firenze, dove qualche decina d’anni fa non era difficile trovare botteghe di mosaicisti, la maggior parte di essi ha cambiato mestiere e se gli altri non lo fanno è perché sono troppo innamorati del loro lavoro e vivono sperando che il bel tempo debba venire. «Il mosaico» dice il professore «va d’accordo con l’architettura moderna, funzionale. Prima o poi dunque il mosaico deve tornare di moda e saranno questi ragazzi a usufruirne i vantaggi. È opinione di molti che la Scuola abbia un grande avvenire». Infatti secondo il professor Signorini i nemici del mosaico sono pochi, e si sa dove cercarli. I loro discorsi sono ora cavillosi, ora spicci. Dicono: il mosaico è un’arte celebrativa, richiede condizioni speciali di civiltà, e nell’epoca in cui viviamo siamo ben lontani da certi presupposti. Oppure: il mosaico è lavoro di artigianato. La verità è che esistono mosaicisti che con schietta sensibilità disegnano loro stessi il bozzetto e poi lo sviluppano e mosaicisti che fanno un mosaico sbrigativo, contentandosi di copiare con una abilità da artigiani.

1951 | Studentessa del corso di mosaico dell'accademia di Ravenna

Carla Melandri, studentessa del secondo corso di mosaico nel 1951–52

Per questo la scuola di Ravenna, oltre a essere unica nel suo genere, è anche più seria di tutte le altre. Il programma del corso comprende lo studio della tecnica antica, della storia dell’arte, della critica figurativa, della pittura e non basta per ottenere la laurea il saper copiare fedelissimamente i più difficili mosaici di San Vitale e di Sant’Apollinare: l’allievo deve imparare a comporre mosaici originali su cartoni moderni e realizzare perfettamente mosaici su cartoni disegnati da lui stesso. È raro, oggi, trovare un mosaicista che realizza un proprio bozzetto, vale a dire che è anche pittore. Mosaicisti capaci di creare opere originali vivono in gruppo nei locali stessi dell’Accademia. Capita spesso di vedere uno studente alle prese con un lavoro difficile che scappa a chiedere aiuto a Libera Musini, una signorina dai capelli grigi e lo sguardo dolcemente ironico dietro gli occhiali, la quale da venticinque anni con grazia da ricamatrice attacca smalti bizantini. Il gruppo ha un nome, «La Bottega», ed è composto da otto persone che studiarono sotto lo Zampiga: la Musini, il prof. Signorini, Luigi Guardigli, Sergio Cicognani, Ines Morigi, Romolo Papa, Antonio Rocchi, Lino Melano, Zeno Molducci. Il mese scorso essi allestirono una mostra di copie e di originali e la mandarono a Parigi, a Zurigo, ad Amsterdam, insomma in molte capitali d’Europa. Fu un o schietto successo. Ogni volta che la mostra si spostava da città a città, bisognava rimpiazzare qualche pezzo che era stato venduto; e sempre si ricevevavo ordinazioni. Quelle più importanti erano state fatte dagli svizzeri. Il santo che nell’aula stavamo osservando sotto le mani del mosaicista fa parte di un immenso mosaico ordinato per la cattedrale di Zurigo. Il mosaico, lungo sedici metri e largo quattro, rappresenterà San Nicola benedicente turbe di pace e di guerra. L’uomo che ci sta lavorando è Antonio Rocchi, il più giovane della «Bottega». Per fare quel pezzo di cielo, di aureola e di volto ha impiegato tre settimane. Gli ci vorranno ancora sei mesi prima di poter spedire il mosaico a Zurigo.

Oriana Fallaci

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