Bronzino, Sacra famiglia Panciatichi, part.

Per mettere a fuoco come cambia la concezione dell’arte nel Cinquecento, e quale ruolo abbia la “grazia”, ecco qualche passo da Anthony Blunt, Le teorie artistiche in Italia dal Rinascimento al Manierismo:

Alcune delle teorie di Michelangelo riportate dai suoi diretti seguaci dimostrano che egli si era quasi consapevolmente allontanato dagli ideali degli umanisti che lo avevano preceduto. Per esempio, era contrario ai metodi matematici su cui si fondava in gran parte la dottrina dell’Alberti o d Leonardo. Il Lomazzo riporta una sua massima, secondo la quale “non valevano ne gli huomini tutte le ragioni ne di Geometria, ne d’Aritmetica, ne essempi di prospettiva, senza l’occhio” (Lomazzo, Trattato della pittura, 1585, 1. V, cap.7), e il Vasari gli attribuisce il detto che “bisognava avere le seste negli occhi e non  in mano, perché le mani operano, e l’occhio giudica” (Vite, vol. III, p. 270).
Michelangelo disapprova inoltre l’importanza che l’Alberti e gli artisti del primo Rinascimento assegnavano alle regole in pittura, e a quanto pare non condivideva affatto la loro opinione che la natura si basasse su leggi e su un ordine generali. Condanna come troppo rigida la teoria delle umane proporzioni di Dürer, asserendo che si tratta di cosa “di che certa regola dar non si può, formando le figure ritte come pali”; e, secondo il Vasari, “egli usò le sue figure farle di nove e di dieci e di dodici teste, non cercando altro che, col metterle tutte insieme, ci fussi una certa concordanza di grazia nel tutto, che non lo fa il naturale“. Tutto ciò dimostra fino a qul punto Michelangelo, da vecchio, valutasse più la fantasia e l’ispirazione del singolo che l’obbedienza a qualsiasi immutabile canone di bellezza. (p. 86)

Il ruolo di Vasari è cruciale nella fortuna della “grazia”:

Parlando degli artisti del Quattrocento dice: “Nelle misure mancava un retto giudizio, che senza che le figure fussino misurate, avessero in quelle grandezze ch’elle erano fatte una grazia che eccedesse la misura“. (p. 102)

Col Vasari la “grazia” assume una funzione del tutto nuova: essa si distingue ed è erfino in contrasto con la bellezza. Nelle Vite tutto ciò non è mai chiaramente precisato, ma riunendo diversi brani possiamo constatare che la bellezza è qualcosa di razionale basato su regole, mentre le grazia è una qualità indefinibile che dipende dal giudizio e quindi dall’occhio. (p. 104)

Il Vasari fu il primo scrittore a elaborare la teoria della grazia in rapporto alla pittura, ma in realtà non si trattò d’un’innovazione, perché egli si limitò ad applicare alle arti il concetto di grazia, come un aspetto necessario del comportamento, che era già stato elaborato dagli autori di scritti sulle buone maniere… come il Castiglione. Infatti nel Cortegiano la descrizione della grazia, nel senso di lodevole comportamento, presenta tali affinità con l’opinione che ne ha il Vasari in rapporto alle arti, da poter concludere che questi s’ispirò direttamente a tale fonte. […]
Il fatto che il concetto di grazia del Vasari derivi da un galateo di corte indica quale ne sia l’effettivo significato nelle sue opere. Con gli umanisti del Quattrocento la pittura aveva raggiunto lo stadio di arte erudita; con Vasari acquistava le buone maniere. (p. 109)

Rapidità e naturalezza non erano qualità ambite per se stesse dagli artisti del Quattrocento… Al contrario, sembra che il principale obiettivo fosse la diligenza e la precisione nel lavoro, mentre la rapidità o la lentezza erano relativamente indifferenti. I manieristi invece sono fieri della loro imbattibile rapidità nel ricoprire le pareti di affreschi. […]
Qualsiasi traccia di fatica, qualsiasi prova che l’artista ha sudato sul suo lavoro distruggerà la grazia di un dipinto e gli confeirà quello che, secondo il Vasari è funesta aridità. Egli condanna tutto il Quattrocento in quanto arido… fu soltanto dopo Leonardo che i pittori furono in grado di raggiungere una “graziosissima grazia”, e “furono cagione di levar via una certa maniera secca e cruda e tagliente che, per lo soverchio studio, aveva lasciata in quest’arte Piero della Francesca”… (p. 106)

[Secondo il Castiglione] La grazia è una qualità superiore… non si può apprendere: è un dono del cielo e dipende dal possedere un “bon giudicio”. Si dileguerà se ci si preoccuperà eccessivamente di conseguirla o si tradirà lo sforzo; essa può essere soltanto il risultato di una completa naturalezza, e l’unica fatica dovrebbe essere quella di dissimulare l’abilità su cui si fonda: è dalla “sprezzatura” che nasce la grazia. Sono all’incirca gli stessi principî formulati dal Vasari per raggiungere la grazia in pittura… (p. 108)

 

La regola e la licenza secondo Vasari:

“Mancandoci ancora nella regola, una licenzia, che non essendo di regola, fusse ordinata nella regola, e potesse stare senza fare confusione, o guastare l’ordine” (Vasari, Vite, III, p.378)