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Con grande lucidità e sintesi il mercante dei cubisti, Kahnweiler, spiegò che essi non dipingevano ciò che vedevano, ma ciò che sapevano. Dipingere ciò che si sa degli oggetti è effettivamente il cuore del cubismo. Ma cosa significa? Prendiamo come esempio un normale bicchiere, appoggiamolo sulla tavola, e osserviamolo attentamente: le sue forme, scorciate in prospettiva, ci appariranno ellittiche e non circolari. Ma se qualcuno ci chiedesse che forma ha il bicchiere, risponderemmo che è rotondo ovvero, se vogliamo essere più precisi, che è cilindrico. Dunque noi sappiamo che il bicchiere è «rotondo», malgrado la sua apparenza possa essere diversa.

Osserviamo il quadro di Juan Gris qui a fianco. La fruttiera, la bottiglia, il bicchiere e il piatto sono rotondi. Tuttavia la base della fruttiera e soprattutto il corpo della bottiglia appaiono in scorcio: la base del collo della bottiglia è ellittica. Dunque Juan Gris ha riunito in una sola forma ciò che vede e ciò che sa dell’oggetto, e molteplici punti di vista.

Il procedimento non è ignoto al mondo dell’arte. La pittura egizia lo usa sistematicamente: la figura umana è composta unendo la visione frontale (l’occhio, le spalle) e la laterale (il profilo del volto, il fianco, le gambe). Nella scultura egizia v’erano anche precedenti ben noti di «cubizzazione » della figura (sotto, una scultura conservata al Louvre). Se Picasso afferma che l’arte egizia «è oggi più viva che mai », è perché è consapevole che il cubismo ne è in buona parte erede. Gino Severini ha descritto il sistema di composizione tipico del cubismo sintetico, che usa una precisa sintassi per distinguere ciò che sappiamo dell’oggetto da ciò che vediamo:

«La costruzione del quadro si faceva spesso per mezzo della sovrapposizione dei due aspetti della tavola su cui posavano gli oggetti: l’aspetto visivo e l’aspetto concepito. Ognuna di queste forme era adibita a una funzione diversa, espressa dal colore: per esempio le forme relative alla realtà di concetto (cioè ciò che sappiamo) erano dipinte generalmente con dei grigi, mentre quelle appartenenti alla realtà di visione (cioè ciò che vediamo) erano dipinte col loro colore locale più o meno cantato e modulato secondo la personalità dell’artista. Le formespazio che, trovandosi negli incroci delle linee, partecipavano alle due realtà , erano dipinte in nero o in bianco».

La grammatica elaborata dai cubisti costituisce il primo, radicale tentativo di superare i limiti dell’Impressionismo e della pittura basata sull’imitazione della natura. La rappresentazione illusionistica e prospettica dell’oggetto coglie solo un momento effimero della sua esistenza. L’apparenza dell’oggetto muta continuamente a seconda della luce, del punto di vista. Ma nella memoria esso è stabile e riconoscibile. Riunire in un’unica forma la memoria e la percezione, l’idea che abbiamo delle cose e il loro aspetto esterno, la realtà interiore e l’esteriore; riunire, insomma, l’uomo all’universo: questo l’obiettivo dei cubisti.