76Moreau-Salome&Erode

J. K. Huysmans, À rebours, cap. V:

Via via che diveniva più acuto il suo desiderio di sottrarsi a un’odiosa epoca di tangheri indegni, diveniva per lui dispotico il bisogno di non più vedere quadri che rappresentassero l’umana effigie almanaccante entro quattro mura del centro di Parigi e sguinzagliata per le strade in cerca di denaro.
Dopo essersi disinteressato dell’esistenza contemporanea, aveva deciso di non introdurre nella sua cellula larve di ripugnanze o di rimpianti; aveva dunque voluto una pittura sottile e squisita che attingesse in un antico sogno, in una corruzione vetusta, lungi dai nostri costumi e dai nostri giorni.
Aveva voluto, per diletto del suo spirito e la gioia dei suoi occhi, alcune opere suggestive che lo gettassero in un mondo sconosciuto, gli rivelassero le tracce di nuove congetture, gli scuotessero il sistema nervoso con eruditi isterismi, con complicati incubi, con visioni indifferentemente atroci.
Fra tutti, v’era un’artista il cui talento lo rapiva in lunghe estasi: Gustave Moreau.
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Aveva acquistato i suoi due capolavori e, per notti intere, sognava davanti a uno di essi, il quadro di Salomé così concepito: sorgeva un trono simile all’altare maggiore d’una cattedrale, sotto innumerevoli volte sprizzanti da colonne tarchiate come pilastri romanici, smaltate di mattonelle policrome, incrostate di mosaici, incastonate di lapislazzuli e di sardoniche, in un palazzo simile a una basilica, di un’architettura a un tempo musulmana e bizantina.
Al centro del tabernacolo che sormontava l’altare preceduto da gradini a semicerchio, era seduto il tetrarca Erode, con una tiara in testa, le gambe riunite, le mani sulle ginocchia.
Il volto era giallo, incartapecorito, pieno di rughe, devastato dall’età, la sua lunga barba fluttuava come una nuvola bianca sulle stelle di pietre preziose che costellavano la stoffa ricamata d’oro sul suo petto. Intorno a questa statua, immobile, fissata in una posa ieratica da divinità indù, bruciavano profumi levando nubi di vapori, forati, come da occhi fosforescenti di felini, dal fuoco delle gemme incastonate nelle pareti del trono. Poi il vapore saliva e si stendeva sotto le arcate, dove il fumo bianco si frammischiava alla polvere d’oro dei grandi fasci di luce che cadevano dalle cupole.
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Nell’odore perverso dei profumi, nell’atmosfera surriscaldata di quella chiesa, Salomé, col braccio sinistro teso in un gesto di comando, il braccio destro piegato, tenendo all’altezza del volto un grande loto, si avanza lentamente sulle punte, agli accordi di una chitarra di cui una donna rannicchiata pizzica le corde.
Col volto raccolto, solenne, quasi augusto, ella comincia la lubrica danza che deve risvegliare i sensi assopiti del vecchio Erode; i seni le ondeggiano e, al contatto delle collane agitate, le loro punte si ergono; sul madore della pelle, i diamanti aderenti scintillano; i braccialetti, le cinture, gli anelli sprizzano faville; sulla veste trionfale, intessuta di perle, ricamata d’argento, laminata d’oro, la corazza delle oreficerie di cui ogni maglia è una gemma, entra in combustione, intreccia serpenti di fuoco, fa formicolare sulla carne opaca, sulla pelle rosa tea, quasi degli splendidi insetti dalle elitre sfolgoranti, venate di carminio, punteggiate di giallo aurora, screziate di azzurra acciaio, tigrate di verde pavone. Concentrata con gli occhi fissi, simile a una sonnambula, ella non vede né il tetrarca che freme, né sua madre, la feroce Erodiade, che la sorveglia, né l’ermafrodito o l’eunuco che sta, con la sciabola in pugno, ai piedi del trono, una terribile figura velata fino alle gote, la cui mammella di castrato pende con una fiasca sulla tunica variegata di arancione.
Il personaggio di Salomé, così ossessivo per gli artisti e per i poeti, tormentava da anni Des Esseintes. Quante volte aveva letto nella vecchia Bibbia di Pietro Variquet, tradotta dai dottori di teologia dell’Università di Lovanio, il Vangelo di San Matteo che racconta in ingenue e brevi frasi la decollazione del Precursore; quante volte aveva sognato su queste righe:

Il giorno della festa della nascita di Erode, la figlia di Erodiade danzò nel mezzo della stanza e piacque a Erode.
Per questo le promise, con giuramento, di darle tutto quello che le avrebbe domandato.
Ella dunque, indotta da sua madre, disse: – dammi su un piatto la testa di Giovanni Battista.
E il re fu turbato, ma a causa del giuramento e di quelli che erano seduti a tavola con lui, comandò che le fosse consegnata.
E mandò a decapitare Giovanni nella prigione.
E la testa di lui fu portata in un piatto e data alla figlia; ed ella la presentò a sua madre.

Ma né San Matteo, né San Marco, né San Luca, né gli altri Evangelisti indugiavano sul delirante fascino, sulle attive depravazioni della danzatrice. Essa restava cancellata, si perdeva, in misterioso deliquio, nella lontana nebbia dei secoli, inafferrabile per gli spiriti precisi e terra terra, accessibile solo ai cervelli scossi, aguzzati, resi quasi visionari dalla nevrosi; ribelle ai pittori della carne, a Rubens, che la trasformò in una macellaia fiamminga, incomprensibile per tutti gli scrittori che non hanno mai potuto rendere l’inquietante esaltazione della danzatrice, la raffinata grandezza dell’assassina.
Nell’opera di Gustave Moreau, concepita al di fuori di tutti i dati del Testamento, Des Esseintes vedeva finalmente realizzata questa Salomé sovrumana e strana che aveva sognato. Non era più la ballerina che strappa a un vecchio, con una corrotta torsione delle reni, un grido di desiderio e di gioia; che spezza l’energia, fiacca la volontà di un re con un agitar di seni, un guizzar del ventre, un brivido della coscia; diveniva in qualche modo la divinità simbolica dell’indistruttibile Lussuria, la dea dell’immortale Isteria, la Bellezza maledetta, scelta fra tutte dalla Catalessia che le irrigidiva le carni e le induriva i muscoli; la Bestia mostruosa, indifferente, irresponsabile, insensibile, che avvelenava, come Elena greca, tutto ciò che avvicinava, tutto ciò che vedeva, tutto ciò che toccava.

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